24 luglio 2010

Tizio sulla Roma-Velletri

Viene a sedersi sul sedile di fronte al mio. Non ha forza per procedere oltre, le porte per passare al vagone successivo sono troppo pesanti e sporche se messe al confronto colla sua motivazione. Sa che la sua cravatta marrone e la camicia ancora stirata non mi faranno sospettare di lui- non lo sa per una riflessione personale ma perché l’ha inconsapevolmente testato più volte nei suoi numerosi viaggi di ritorno. La consapevolezza del suo aspetto innocuo e inoffensivo è la sommatoria di insignificanti esperienze quotidiane, accatastate e poi schedate con estranea diligenza.  Niente della sua presenza, nessun dettaglio del suo aspetto, ha il potenziale di potermi o poter fare innervosire. È l’impiegato standard-stardandizzato, indifferenziato e intercambiabile pezzo della catena d’azienda. Illibato, senza alcuna contaminazione di personalità o puerile rimembranza di volontà, in lui non v’è ombra di ambizione personale, perfettamente plasmato a soddisfare gli interessi di chi è stato più furbo di lui. La sua incontaminata tipicità desta quasi sconcerto, apre uno squarcio di sincera incredulità in chi ,seduto di fronte a lui, detiene ancora un relitto di interiorità propria.  C’è pacatezza nei suoi gesti, ma essa non scaturisce da un solidificato equilibrio interiore né è la concreta risultante di una personalità radicata, di un’identità fissata che permane anche a fine giornata; la sua apparente pacatezza non è che blanda stanchezza, inerzia, involontaria tendenza al gesto fortuitamente calibrato, automatismo palesemente e platealmente inintenzionale. Debolmente, senza illusione di credibilità, si atteggia a sinceramente-spazientito, guarda più volte, nell’arco dello stesso minuto, il suo orologio di marca- regalo di compleanno della moglie accidentale- inspiegabilmente ed orrendamente coordinato alla maggioranza delle sue giacche, in un macabro trionfo di marrone impavido, sommo encomio all’ inestetismo cromatico. Nonostante abbia il cellulare stretto nel pugno -con relativo occhio mollusco fisso a sorvegliarne lo schermo- egli preferisce roteare il polso e crogiolarsi nella ripetizione di quel semplice, efficace movimento, effettuato con svelta ma solerte precisione, che perversamente lo soddisfa, quasi come un appagamento sessuale, e, acquietandolo, lo fa sentire realizzato. Non aspetta la partenza- veramente egli non ha mai aspettato- perché ha voglia di tornare a casa ma solo perché- secondo un protocollo tutto suo- solo all’incipit del movimento del treno potrà dare inizio al prestabilito susseguirsi di azioni, solo se il treno è in movimento egli potrà adempiere sicuro alle sua asettica sequenza di atti improduttivi. Così eccolo, puntuale col ritardo del treno, chinarsi a prendere la sua ventiquattrore fintamente-vissuta , impettito aprirla ed estrarvi un paio di giornali; richiudere fidente la valigetta e, in uno slancio di insperata, sbalorditiva convinzione e misurata disinvoltura , di cui a breve porterà gravoso il fardello del rimorso, riporla sul sedile libero di fianco a lui - per poi tornare a guardarla con rinnovata ossessione e senso di colpa durante tutto il tragitto, ma senza mai trovare il coraggio di spostarla, come se il solo toccarla fosse un imperdonabile ammissione della sua (ontologica) Colpa.

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