Al di là della tendenziale convergenza degli insetti sulla mia faccia -per me indistintamente "vermi" poichè non faccio di questi razzismi- la cosa che più mi spaventa della Natura è la monolitica maestosità della sua Necessità. Le catene sembianti contingenti in realtà si dipartono dall'imponente gancio della Necessità e a lei obbedienti e devote si riconducono, cosicchè non sussiste Possibilità bensì mera concatenazione sempiternamente soggetta all'egemonia del Necessario.
Fu dunque così che, all'onnipotenza della Natura, predilessi l'impotenza della "civiltà" , la Miseria sgargiante della Città , miseria illuminata -miseria illimitata-e (ri)scoprii la mia malcelata inclinazione per la potenzialità a scapito dell'atto.
L'ascesa è un desiderio da avere e da non avverare, l'immanenza chimera da ricercare ma mai possedere.
Miserabilmente terrena, consustazialmente cittadina...sbadata transeunte.
31 luglio 2010
24 luglio 2010
Tizio sulla Roma-Velletri
Viene a sedersi sul sedile di fronte al mio. Non ha forza per procedere oltre, le porte per passare al vagone successivo sono troppo pesanti e sporche se messe al confronto colla sua motivazione. Sa che la sua cravatta marrone e la camicia ancora stirata non mi faranno sospettare di lui- non lo sa per una riflessione personale ma perché l’ha inconsapevolmente testato più volte nei suoi numerosi viaggi di ritorno. La consapevolezza del suo aspetto innocuo e inoffensivo è la sommatoria di insignificanti esperienze quotidiane, accatastate e poi schedate con estranea diligenza. Niente della sua presenza, nessun dettaglio del suo aspetto, ha il potenziale di potermi o poter fare innervosire. È l’impiegato standard-stardandizzato, indifferenziato e intercambiabile pezzo della catena d’azienda. Illibato, senza alcuna contaminazione di personalità o puerile rimembranza di volontà, in lui non v’è ombra di ambizione personale, perfettamente plasmato a soddisfare gli interessi di chi è stato più furbo di lui. La sua incontaminata tipicità desta quasi sconcerto, apre uno squarcio di sincera incredulità in chi ,seduto di fronte a lui, detiene ancora un relitto di interiorità propria. C’è pacatezza nei suoi gesti, ma essa non scaturisce da un solidificato equilibrio interiore né è la concreta risultante di una personalità radicata, di un’identità fissata che permane anche a fine giornata; la sua apparente pacatezza non è che blanda stanchezza, inerzia, involontaria tendenza al gesto fortuitamente calibrato, automatismo palesemente e platealmente inintenzionale. Debolmente, senza illusione di credibilità, si atteggia a sinceramente-spazientito, guarda più volte, nell’arco dello stesso minuto, il suo orologio di marca- regalo di compleanno della moglie accidentale- inspiegabilmente ed orrendamente coordinato alla maggioranza delle sue giacche, in un macabro trionfo di marrone impavido, sommo encomio all’ inestetismo cromatico. Nonostante abbia il cellulare stretto nel pugno -con relativo occhio mollusco fisso a sorvegliarne lo schermo- egli preferisce roteare il polso e crogiolarsi nella ripetizione di quel semplice, efficace movimento, effettuato con svelta ma solerte precisione, che perversamente lo soddisfa, quasi come un appagamento sessuale, e, acquietandolo, lo fa sentire realizzato. Non aspetta la partenza- veramente egli non ha mai aspettato- perché ha voglia di tornare a casa ma solo perché- secondo un protocollo tutto suo- solo all’incipit del movimento del treno potrà dare inizio al prestabilito susseguirsi di azioni, solo se il treno è in movimento egli potrà adempiere sicuro alle sua asettica sequenza di atti improduttivi. Così eccolo, puntuale col ritardo del treno, chinarsi a prendere la sua ventiquattrore fintamente-vissuta , impettito aprirla ed estrarvi un paio di giornali; richiudere fidente la valigetta e, in uno slancio di insperata, sbalorditiva convinzione e misurata disinvoltura , di cui a breve porterà gravoso il fardello del rimorso, riporla sul sedile libero di fianco a lui - per poi tornare a guardarla con rinnovata ossessione e senso di colpa durante tutto il tragitto, ma senza mai trovare il coraggio di spostarla, come se il solo toccarla fosse un imperdonabile ammissione della sua (ontologica) Colpa.
23 luglio 2010
Non mi piace vincere senza il Quasi.
Ero veloce coi calcoli.
a 10 anni ero la prima.
ero veloce con le gambe.
a 13 anni ero la prima.
nomi cose e città, la prima
a ricordare, la prima.
Non voglio più essere la prima.
Mi beo della mia posizione da eterna seconda
traggo gaudio e serenità dall'accogliente tepore del confortevole grembo del secondo posto
secondo posto che permette il beneficio della solitudine
secondo posto al silenzio devoto
tra bestia e Dio, tra cielo e terra
scala e medietà
Secondo gradino del podio che rende possibile l'amare.
Vincere è la più insipida forma di esibizionismo, la banalità dello scopo pienamente raggiunto, l'assenza di brivido, emozione storpiata e oggettivata.
Non voglio più essere la prima. Non mi piace vincere senza il quasi.
a 10 anni ero la prima.
ero veloce con le gambe.
a 13 anni ero la prima.
nomi cose e città, la prima
a ricordare, la prima.
Non voglio più essere la prima.
Mi beo della mia posizione da eterna seconda
traggo gaudio e serenità dall'accogliente tepore del confortevole grembo del secondo posto
secondo posto che permette il beneficio della solitudine
secondo posto al silenzio devoto
tra bestia e Dio, tra cielo e terra
scala e medietà
Secondo gradino del podio che rende possibile l'amare.
Vincere è la più insipida forma di esibizionismo, la banalità dello scopo pienamente raggiunto, l'assenza di brivido, emozione storpiata e oggettivata.
Non voglio più essere la prima. Non mi piace vincere senza il quasi.
19 luglio 2010
Non a caso la cura è l'aerosol.
Una bocca un orecchio.
Accolgo l’appello del mio corpo -Premeditata Esortazione-
Ascoltare di meno parlare di più.
Spasmodico equilibrio. Deprezzata simmetria. Elusa convocazione. Endice disattesa.
Nella vita come in bicicletta la mia peculiare limitazione, la mia impermutabile dote- il mio quid di battaglia-è non fare rumore.
Tutto lì il mio potenziale omicida-la mia avveduta disamina del suicidio.
E non a caso ora la cura è l'aerosol. La cura è il Rumore.
Accolgo l’appello del mio corpo -Premeditata Esortazione-
Ascoltare di meno parlare di più.
Spasmodico equilibrio. Deprezzata simmetria. Elusa convocazione. Endice disattesa.
Nella vita come in bicicletta la mia peculiare limitazione, la mia impermutabile dote- il mio quid di battaglia-è non fare rumore.
Tutto lì il mio potenziale omicida-la mia avveduta disamina del suicidio.
E non a caso ora la cura è l'aerosol. La cura è il Rumore.
13 luglio 2010
Sull'essenza
Che cos'è che dirime. Che nobilita e sancisce. Che pulisce senza lasciare la traccia dello straccio passato con diligenza. Che perdona ma non dimentica. Il cui ricordo non affligge nè tormenta ma dalla memoria attinge forza e rinnovvata rassicurazione del calcolare. Che cos'è che mette-cartesianamente-al sicuro. Che cosa garantisce la mia certezza essere tale -trascendendo l'ontologia della rappresentazione-
Che cos'è questo mio ricercato, che cos'è questa mia ricerca e chi sono io, sprovveduto ricercante.
Che cos'è questo mio ricercato, che cos'è questa mia ricerca e chi sono io, sprovveduto ricercante.
11 luglio 2010
Similia similibus curantur (sarei dovuta nascere nel 1991)
Ho pochi ricordi fattuali della mia infanzia.
Ma conservo le sensazioni.
L’imbarazzo dinanzi la miseria umana che già a 7 anni mi ammutoliva pietrificata. Ricordo il sentimento d’inadeguatezza che precoce mi perseguitava fin dalla prima elementare. Ricordo quando proprio non riuscivo a rispondere alle domande della maestra perché la risposta si rivelava essere sempre troppo più semplice e scontata della mia aspettativa. Invece gli altri ci arrivavano tutti alla declamazione della risposta, tutti insieme, in coro. E poi fingevo d’esserci anche io -partecipe di quel coro- che già mi sfiorava prepotente l’intuizione -sottile spietato presagio- che era meglio non apparire troppo diversi.
Ma conservo le sensazioni.
L’imbarazzo dinanzi la miseria umana che già a 7 anni mi ammutoliva pietrificata. Ricordo il sentimento d’inadeguatezza che precoce mi perseguitava fin dalla prima elementare. Ricordo quando proprio non riuscivo a rispondere alle domande della maestra perché la risposta si rivelava essere sempre troppo più semplice e scontata della mia aspettativa. Invece gli altri ci arrivavano tutti alla declamazione della risposta, tutti insieme, in coro. E poi fingevo d’esserci anche io -partecipe di quel coro- che già mi sfiorava prepotente l’intuizione -sottile spietato presagio- che era meglio non apparire troppo diversi.
9 luglio 2010
Solitudine non si cancella
Faziosa fragilità
controvertibile verità
m'anima cheta
piedistallo di incanto
gentile d'affanno
m'inibisce taciuta
isosemica follia
solitudine non si cancella
con una presenza
oblio benvestito
controvertibile verità
m'anima cheta
piedistallo di incanto
gentile d'affanno
m'inibisce taciuta
isosemica follia
solitudine non si cancella
con una presenza
oblio benvestito
6 luglio 2010
Corpo
Ludibrio di una vita
Padre dell’Immagine assassina
Impudico baluginio dello specchio
suo truculento correo
Aberrante reificazione
triviale protervia
mortificante coacervo di membra
invereconda degenerazione
Obelisco del peccato
Padre dell’Immagine assassina
Impudico baluginio dello specchio
suo truculento correo
Aberrante reificazione
triviale protervia
mortificante coacervo di membra
invereconda degenerazione
Obelisco del peccato
4 luglio 2010
Uxorio anfibolo
Calibrata scientre, ieratico cenno
surrettiziamente allevarono il disio di magenta
artigiano convergere di obliate lunghezze d'onda
Solerte lo sposalizio tra il blu e il rosso
alacre conglobamento
imeneo famelico
è l'ignava coabitazione del Sè.
surrettiziamente allevarono il disio di magenta
artigiano convergere di obliate lunghezze d'onda
Solerte lo sposalizio tra il blu e il rosso
alacre conglobamento
imeneo famelico
è l'ignava coabitazione del Sè.
1 luglio 2010
Non trovo la cartella dei titoli
L’impossibilità d’applicazione del mero nozionismo mnemonico m’ha destato incredula, gelida e adiofora ha vanificato sbandierate, eccelse abilità di sintesi -in realtà blanda incontrollata controvertibile involontaria intrinseca tendenza all’essenzialità (del superfluo). Siffatte disfatte interiori hanno aperto un varco, fondato la possibilità di un carotaggio nel mio cogito malridotto. Cronache di annunciati fallimenti, tragici epiloghi non andarono alla storia ma solo nella spazzatura dell'Occasio. Il macabro avvertimento dei gabbiani all’alba ha mancato la tangenza. Non m’appartiene questo corteo d’anime lobotomizzate, modelli alla sfilata dell’inconsapevolezza, siete così tragicamente adatti senza essere passati per l’adattazione.
Occupati ad incolpare l'arbitro non vedete che state giocando senza pallone. Preoccupati dai bavagli non v’accorgete che non avete bocca. E se non guardo in faccia a nessuno è perché nessuno di voi ha volto.
Occupati ad incolpare l'arbitro non vedete che state giocando senza pallone. Preoccupati dai bavagli non v’accorgete che non avete bocca. E se non guardo in faccia a nessuno è perché nessuno di voi ha volto.
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