14 giugno 2010

Cronaca di una carriera atletica stroncata dalla finalità attribuita all'essere da colui che detiene il monopolio del valente (cioè di ciò che vale come essente)

Correvo forte. Tanta energia repressa e pochi chili d’ossa da portarmi dietro me lo rendevano particolarmente facile. Mi procurava un divertito piacere poter sfuggire allo sguardo della gente. Correre era un bellissimo modo per stare soli. Correvo senza problemi finchè non mi coinvolsero nelle gare, nelle competizioni. Finchè non mi posero di fronte l’Altro, finchè non mi costrinsero al confronto e, dunque, al rapporto. Smisi di correre. Negli anni a venire lo spiegai , e me lo spiegai, con un semplice voler rifuggire dalla competizione, competizione che sempre mi metteva addosso quel terribile senso di frenesia, di mortifera dispnea, di claustrofobia. Solo ora capisco che non stavo scappando dal confronto, era la presenza di un fine a farmi sprofondare nell’inquietudine, a farmi di colpo percepire la gettatezza del mio essere in tutta la sua luttuosa maestosità. Era il dover correre per un fine che toglieva tutto il senso alla mia corsa. Era la progettualità necessariamente insita nel concorrente, era il dover trasformare la potenza in atto che mi gettava nell’oblio dello sconcerto e mi sobillava alla fuga della rinuncia. Adesso capisco che non volevo correre, volevo correre a vuoto. Capisco che non c’entrava niente l’ ansia da prestazione di una dodicenne già emarginata, non era per la comparazione, non era l’inevitabile esibizionismo con relativo sfoggio di sorrisi forzati in caso di vittoria, era la finalità dell’esserci.
L'entelechia.
L’imbarazzo di fronte il tempo scopico dell’uomo.

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